Viola


Ci fu un tempo in cui il Castello di Darany, che non si chiamava così, era conosciuto per un particolare motivo. Abitato da una coppia, fratello e sorella, offriva ospitalità a forestieri ed avventurieri che percorrevano la via Francigena per le più disparate ragioni. La via Francigena una volta era una delle strade più importanti per l'Italia del Medioevo, costituiva il collegamento tra le regioni transalpine e Roma. Moltitudini di pellegrini di diverse lingue, paesi, livello sociale e cultura la percorrevano in continuazione, facendone un importante luogo di incontro e di scambio culturale.

E così capitava di sostare al Castello, anche se non era propriamente sulla Francigena, in quanto se si era fortunati si poteva assistere a un insolito fenomeno che si diceva avrebbe reso ben augurante il resto del viaggio. I due fratelli, Serafino e Beatrice, erano cresciuti e avevano vissuto sempre lì, l'affetto per le proprie radici aveva fatto sì che prevalesse sugli amori che ebbero nel corso della loro esistenza. A distanza di anni, ormai, sembravano una persona sola, possedevano degli occhi limpidi e schietti come il cielo mattutino di una tersa giornata estiva valdostana.

Caratterialmente, poi, erano molto cortesi e affabili, non si limitavano ad affittare una stanza, ma spesso si intrattenevano con gli ospiti e condividevano con loro racconti e testimonianze che spaziavano dall'attualità alle storie del tempo. Anche il castello però ne aveva di episodi da raccontare. Custodito all'interno di un baule si narrava che i due fratelli tenessero un quaderno, una sorta di diario, che all'occasione veniva consegnato agli ospiti per trascrivere una curiosa o chiamatela straordinaria esperienza che alcuni ebbero l'occasione di vivere.

Nessuno sa con precisione quando le cose che vi sto per raccontare ebbero un inizio, o meglio quando le misteriose creature decisero di rivelarsi anche ai viandanti. Un pomeriggio, nell'ora del tramonto, un uomo, tra l'incredulità e lo spavento, corse dai fratelli per raccontare ciò a cui aveva assistito. Stava preparando i bagagli per riprendere il viaggio, quando ad un tratto, richiamato da uno strano baccano, si voltò verso la finestra e vide sul cornicione che un paio di strani nanerottoli stavano saltellando, giocando e facendo acrobazie. Non seppe resistere dal trattenere un urlo e questi piccoli esseri, più spaventati di lui, fuggirono alla velocità della luce dalla bocca del camino. Serafino e Beatrice udendo questa testimonianza non batterono ciglio, non minimizzarono l'accaduto, né cercarono di dissuadere l'ospite che si era trattato di qualche strano scherzo. Anzi, si congratularono per lui.

Alcune tradizioni sostengono che, fin dall'antichità, fosse di buon auspicio vedere queste creature, chiamate folletti, e solo a pochi eletti veniva concesso questa chiamiamola grazia. Il viandante, che era una persona di buon cuore ma poco incline a credere nel soprannaturale, dopo essersi calmato tornò nella stanza a recuperare il suo sacco insieme ai proprietari e notò che sopra la borsa era appoggiato un fiore. Una fitta allo stomaco lo fece vacillare, si sedette per un momento e a stento trattenne le lacrime. Raccontò che era stato via per molto tempo e prima di congedarsi da quella che allora era la sua donna le consegnò un mazzo di quel fiore, con la promessa che presto avrebbe fatto ritorno. Tuttavia passarono gli anni, l'uomo era impossibilitato a tornare e la donna non rispose mai a nessuna delle sue lettere, così smise di scriverle, ma mai di amarla.

Assolto il suo compito si mise immediatamente in viaggio con la speranza di rivederla, senza aspettarsi nulla in cambio, con la consapevolezza che il solo fatto di saperla viva e felice avrebbe placato un po' il suo tormento. I due fratelli ascoltarono la storia con molta partecipazione, invitando l'uomo a continuare il viaggio e a non perdere la speranza di rincontrarla. Si salutarono calorosamente, il turbamento per quello spavento si era trasformato in una carezza al cuore. Mesi dopo arrivò al castello una lettera, era del viandante. Raccontò che poco dopo essersi rimesso in cammino percorse la Francigena molto rapidamente, ebbe infatti la fortuna di imbattersi in un amico che gli concesse un passaggio in carrozza fino a Roma. Arrivato nella grande città corse immediatamente verso la casa dell'amata e in lontananza gli sembrò di scorgerla, la chiamò per nome più volte ed ella poi si voltò. Ma tra lo stupore comprese che non poteva essere la sua donna, per quanto incredibilmente rassomigliante. Sfiduciato si avvicinò alla giovane e le chiese se per caso sapeva dirgli se conosceva la donna che abitava in quella casa prima di lei. Ci fu un attimo di silenzio, poi una voce, quella stessa che lui aveva rievocato ogni giorno e ogni notte per tutti quegli interminabili anni, risuonò amabilmente nel giardino.

La donna giunta sull'uscio di casa riconobbe l'uomo, lo vide invecchiato, provato dalla vita, ma ancora vigoroso. Non si trattenne, gli corse incontro e si abbracciarono per interminabili minuti, tanto che tutto quel tempo che li aveva tenuti lontani si dissolse in pochi secondi. L'uomo estrasse dalla borsa il fiore di cui era entrato in possesso così misteriosamente e lo porse alla donna. Lei invitò la fanciulla ad avvicinarsi, prese la mano dell'uomo e la diresse con delicatezza verso la giovane... lei che aveva per nome il nome di quel fiore, Viola.